domenica 22 settembre 2013

[Dietro la storia] Una risata vi seppellirà

Oooooohhhh, eccomi tornata con uno dei miei approfondimenti!
Vi è piaciuto lo scorso? Vi ho invogliato a darci una letta? Lo spero!
Oggi parlerò di un racconto scritto per una selezione, una delle più famose - se così si può dire - di tutta Italia: la 365 della Delos.

Correva l'anno 2011, e il successivo sarebbe stato quello che i Maya avevano predetto avrebbe scatenato una serie di catastrofi non meglio identificate, che l'avrebbero fatto finire secondo alcuni, che l'avrebbero modificato radicalmente secondo altri. Poi c'erano quelli che pensavano che non sarebbe successa una benemerita fava, ma allora era ancora presto per saperlo.
A ogni modo, sono venuta a conoscenza del famigerato concorso annuale Delos da Queen, la mia spacciatrice di notizie utili, e siccome mi aveva tipo minacciato che se non avessi partecipato mi avrebbe fatto qualcosa di brutto, mi sono informata.
Per chi non lo sapesse, il forum della casa editrice, che pubblica una serie di riviste e romanzi, indice a cadenza annuale il concorso 365, che consiste nel raccogliere 365 racconti da distribuire uno al giorno in un'antologia. I racconti sono davvero brevi - non devono superare le 2.000 battute - e la selezione è molto particolare, si fa agguerrita di anno in anno, e contando che centinaia e centinaia di autori si danno "battaglia" è una bella gara a colpi di originalità, di attenzione alle regole, e soprattutto di capacità.
Chi ero io per tirarmi indietro di fronte a cotanta competitività?


L'argomento del 2011 era - obviously - la fine del mondo.
Siccome all'epoca l'inviare racconti da parte di chi non era abbonato a una delle riviste partiva a metà ottobre, cercai di farmi venire in mente un'ideuzza che potesse fare al caso mio, e che non venisse scartata come le decine che a intervalli di qualche ora apparivano nella sezione dei rifiutati. Cosa non semplice.
Innanzitutto perché io e la fantascienza - perché gira che ti rigira l'argomento verte su quello - abbiamo un rapporto strano, molto strano, e possono venirmi geniali illuminazioni così come puttanate senza capo né coda.
E poi perché io e i racconti in genere non andiamo d'accordo. (Beh, così credevo allora.)

Dovete sapere una cosa, su di me.
Sono graforroica. Non in termini strettamente patologici, ma diciamo che per me più scrivo un testo lungo e meglio sto. Amo i dettagli, amo le parole, vado pazza per le trittologie sinonimiche, il mio punto forte è sempre stata la descrizione fin nei particolari, cosa che spesso mi porta elogi e complimenti per quanto il lettore riesce a immedesimarsi nella storia. Inoltre, per me le storie si devono sviluppare. Faccio fatica a concepire una trama che si risolve in breve perché mi sembra sempre che sia poco, che non trasmetta nulla, che siano appunto solo vocaboli ma che insieme non formino sostanza.
Ecco, purtroppo pecco di scarsa fulmineità, a meno che appunto non mi venga qualche colpo di genio.
Colpa mia che in effetti non mi sono mai allenata nei racconti brevi, e anche durante il mio periodo scolastico tendevo parecchio ad allungare temi e saggi... Sì insomma, io sono una che ha tanto da dire per qualsiasi cosa.
E questo, sommato al fatto che dovevo scovare una trovata brillante per un argomento già per me ostico, non me la rendeva facile.

Non sono mai stata un'autrice che si scervella disperatamente su un concetto, quindi me lo tenevo lontano dai pensieri e lo ripescavo non appena avevo un qualche cenno che potesse aiutarmi a formare un intreccio, ma per qualche giorno non mi capitò.
Poi mi ritrovai al bar con un amico, uno che forse la fine del mondo l'aveva vista più e più volte, e gli parlai di questo concorso, chiedendogli un consiglio.
Lui, con la sua solita flemma un po' assurda e un po' no, mi disse: "La fine del mondo può essere vista in tante maniere, quindi fossi in te mi affiderei a una vecchia massima che va sempre di moda: una risata vi seppellirà."
Mi piacque. Mi piaceva come suonava la coppia di doppie in seppellirà e l'intensità fonetica che si sprigionava. Mi portai a casa quella frase e ci ricamai un po', pensando a come adattarla a un racconto.
La sera dopo ecco che arrivò l'illuminazione, la lampadina sopra la mia testolina.
Buttai giù un pochettino di parole, finii, rilessi con attenzione, tagliai (perché era più di 2.000 battute), cucii ed ecco lì l'opera pronta. Per ultimo aggiunsi il titolo in cima, ed ecco che mi pareva azzeccato.

Postai e invia secondo le impervie (ma non tanto) modalità e aspettai. La selezione è fatta in modo che l'incipit, ovvero i primi circa 1.000 caratteri del racconto, vengano resi pubblici così che gli altri concorrenti possano leggerli e dare un parere. Quelli riservati a me non furono granché incoraggianti, dato che di inizi così se n'erano già visti tanti, anche troppi. Non nego che lo immaginavo. Ma in tutta onestà (e col mio solito briciolo di presunzione) pensai che il mio racconto avesse qualcosa di diverso, quindi non mi preoccupai granché.

Tempo un giorno e ta-dan, il mio racconto venne preso. Non potendo scegliere la data del mio compleanno decisi di ripiegare sul 2 giugno (altra data di importanza personale) e fu così che Una risata vi seppellirà entrò a far parte dell'antologia 365 racconti sulla fine del mondo.
Volete un assaggio della storia? Beh, per 2.000 battute cercare di farvi un riassunto sarebbe cosa superflua, e siccome il titolo dice tutto quello che deve dire... vi rimando semplicemente all'incipit che postai come da concorso: lo trovate QUI.
Mi sono limitata a rivisitare a modo mio il consiglio che mi è stato dato, e a quanto pare ha funzionato, quindi se volete saperne di più... beh, vi toccherà sorbirvi l'intera raccolta. ;)

Bon, credo di avervi detto tutto per quanto riguarda Una risata vi seppellirà. Spero di essere stata esauriente e spero ancora una volta di aver risvegliato la vostra curiosità!
Alla prossima! ;)